Uno progetto della Fondazione Policlinico Universitario Campus Biomedico di Roma ha evidenziato una prevalenza di infezione da HCV nelle residenze sanitarie assistenziali (RSA) doppia rispetto alla popolazione generale, sottolineando l’urgenza di implementare strategie di screening mirate in queste strutture, in linea con l’obiettivo dell’Oms di eliminare l’epatite C come minaccia per la salute pubblica entro il 2030.
L’epatite C (HCV) rimane una delle principali cause di malattie epatiche gravi in Italia. Nonostante l’introduzione di farmaci antivirali ad azione diretta (DAA), efficaci nel guarire oltre il 95% dei pazienti trattati, negli ultimi anni si è registrato un calo dei trattamenti, attribuibile alla riduzione dei pazienti noti e all’impatto della pandemia da Covid-19. Si stima che un numero significativo di infezioni rimanga non diagnosticato, rendendo urgente l’implementazione di strategie di screening, soprattutto in comunità chiuse e tra individui con comportamenti a rischio.
I ricercatori e clinici della Fondazione Policlinico Universitario Campus Biomedico di Roma hanno portato avanti un progetto di sensibilizzazione e screening per infezione da HCV all’interno di residenze sanitarie assistenziali (RSA) su territorio nazionale sotto l’egida e promozione della SIGG (Società italiana di Gerontologia e Geriatria). I loro dati suggeriscono che la prevalenza di infezione da HCV tra i residenti delle RSA sia maggiore, di circa il doppio, rispetto a quella riscontrata nella popolazione generale, come ci racconta Paolo Gallo, Specialista in Medicina Interna presso l’UOC Medicina Clinica ed Epatologia della Fondazione Policlinico Campus Biomedico di Roma.
“Sulla base dei nostri dati, abbiamo riscontrato una prevalenza di infezione attiva nelle RSA maggiore rispetto a quella delle popolazione generale”, commenta l’esperto. “Attualmente la prevalenza di infezione attiva nei nostri report risulta essere più del doppio e si attesta intorno al 2,3 per cento”.
Il dato secondo Gallo è rilevante perché legato in parte all’età della popolazione presa in considerazione, in parte al fatto che nelle RSA risiedono anche pazienti psichiatrici, i cui comportamenti potrebbero metterli a maggior rischio di contagio.
“Si tratta di due popolazioni ad aumentato rischio di trasmissione dell’infezione e di progressione della malattia, quindi a maggior rischio di sviluppare complicanze che impattano sul Sistema Sanitario, in primis lo scompenso della malattia epatica ed il tumore epatico, poi anche lo sviluppo di altre complicanze sistemiche relate alla patologia (ad esempio malattie linfoproliferative, complicanze nefrologiche)”.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha fissato l’obiettivo di eliminare l’epatite C come minaccia per la salute pubblica entro il 2030. Questo traguardo prevede la riduzione del 90% delle nuove infezioni e del 65% dei decessi correlati all’epatite virale.
“Riteniamo che in una fase in cui si punta ad un obiettivo così importante per l’epatite C, sia essenziale l’estensione dello screening a popolazioni che abbiano un’anagrafica differente rispetto a quella per le quali attualmente previsto”, dice Gallo. “I nostri dati, così come altri che che sono stati già sviluppati in Italia, vanno in questa direzione”.
In seguito a incontri sul tema con esponenti della Regione Lazio, Gallo commenta: “Anche la politica nella nostra Regione è sensibile al problema. Tutti i dati che noi, come tanti altri colleghi, riusciamo a sviluppare, non possono fare altro che spingere verso un’ottimizzazione del percorso con l’obiettivo di un’identificazione rapida e di un trattamento rapido dell’infezione e con conseguente riduzione dell’impatto sociosanitario ed economico sanitario dell’infezione stessa nel medio e lungo termine”.
Fonte: quotidianosanita.it